VINI E VITIGNI

Monday, March 10, 2008

Autore: Riccardo

La situazione vitivinicola Italiana è particoiarmente complessa, sia per quanto riguarda la varietà di viti coltivate, dette vitigni, sia per i vini che ne derivano. La ricchezza di varietà è comunque molto elevata, ma più che di specie ben definite si tratta di una vasta famiglia di cloni talvolta molto diversi uno dall’altro.

Quando si parla di vitigno malvasia, moscato, trebbiano, cannonau o sangiovese, per citare ì più noti, non si parla dì singoli vitigni, ma di famiglie, di specie più o meno vaste e più o meno differenti. Non esiste, cioè, una costanza genetica e le caratteristiche del grappolo, dell’acino, delle foglie possono variare, come anche la produttività e la capacità vegetativa.

Da noi non è mai stata fatta in passato una vera e propria selezione clonale, estrapolando i tipi più validi per una produzione di qualità. La cosa è stata lasciata al caso, nella migliore delle ipotesi, quando non si sono adottati i cloni semplicemente più produttivi, con i grappoli più grossi, per tutti quei motivi che abbiamo ricordato in precedenza.

Questo non vuol dire che oggi non si stia attuando qualche sperimentazione e qualche selezione orientate ad una produzione migliore, ma soltanto che siamo partiti in ritardo, cullandoci sugli allori di un’Enotria che esisteva ed esiste, purtroppo, ancora oggi soltanto negli articoli e nei libri di qualche scrittore retorico e un po’ trombone. Ma vediamo quali sono i vitigni più diffusi ed emblematici attualmente in Italia, pur con tutte le avvertenze appena fatte.

Nella zona Nord-occidentale abbiamo una prevalenza di uve rosse, la barbera, innanzi tutto, da cui derivano vini quali il Barbera d’AIba, il Barbera d’Asti, il Barbera dei Colli Tortonesi. il Barbera del Monferrato, e, in uvaggio con altre uve locali, I’Oltrepò Pavese rosso, e pressoché tutti i rossi lombardi ad eccezione del Valcalepio e dei vini valtellinesi.

Altro vitigno rosso molto diffuso è il dolcetto, da cui derivano ben sette doc piemontesi. Parente stretto del dolcetto è il rossese, una tipica uva ligure della Riviera di Ponente. Ma il grande vitigno rosso di questa zona è senz’altro il nebbiolo. Da questo vitigno derivano vini quali il Nebbiolo d’Alba, il Gattinara, i vini Valtellinesi, il Ghemme; ma soprattutto i due grandi rossi piemontesi a Denominazione di Origine Controllata e Garantita: il Barolo e il Barbaresco.

Tra le uve bianche la più diffusa è il moscato, da cui derivano I’Asti spumante, il Moscato naturale d’Asti, il Moscato dell’Oltrepò. Da uve cortese deriva invece il Gavi, uno dei bianchi secchi più famosi d’Italia. Nell’area Nord-orientale, invece, le cose sono molto più complesse. In Veneto c’è l’area del veronese che fa storia a sé, con le uve rosse molinara, corvina, rondinella e negrara, da cui derivano il Valpolicella, il Bardolino e tutti í Recioto rossi. Da trebbiano e soprattutto garganega deriva invece il Soave, uno dei bianchi più prodotti in Italia. Nel resto del Veneto e nel Friuli abbiamo una certa uniformità nelle uve rosse, merlot e cabernet un po’ dappertutto, mentre nelle uve bianche il tocai, i( pinot bianco, il sauvignon, talvolta lo chardonnay si trovano di frequente.

Quasi esclusivamente in Friuli si trovano invece vitigni quali il refosco fra i rossi, la ribolla, il picolit, il verduzzo fra i bianchi. Un discorso a parte va fatto per il pinot grigio: si tratta di un’uva rossa, da cui deriva però un vino bianco, ottenuto con una particolare tecnica di vinificazione. Naturalmente, infatti, il vino Pinot Grigio dovrebbe avere un colore ramato, una via di mezzo fra il vino bianco e il vino nero, perciò vino grigio. II pinot grigio è presente in modo massiccio, sia nel Veneto orientale, sia nel Friuli.

II Trentino ripercorre le tradizioni venete e friulane Molti vitigni sono gli stessi, in particolare il merlot, il cabernet franc, il pinot grigio, il pinot bianco, lo chardonnay. Tipici trentini sono invece il marzemino, il teroldego, rossi, la nosiola ed il riesling italico tra i bianchi.

Del tutto a sé è invece I ’Alto Adige con una serie di uve di origine tedesca ed austriaca. II sylvaner, il riesling renano, il múller thurgau, il gewùrztraminer (che qualcuno considera essere un clone di savagnin, una varietà del Jura francese) tra le uve bianche, tutte le schiave fra le uve rosse. Da sottolineare che i vini altoatesini portano spesso il nome del vitigno tradotto in tedesco, per cui il Pinot Grigio diventa Rulànder, il Pinot Bianco Weissburgunder. il Pinot Nero Blauburgunder, il Riesling Renano Rheinriesling e così via.

Come si può notare, molti vitigni hanno nomi francesi chardonnay, pinot, merlot, cabernet, sono infatti uve di origine transalpina. Chardonnay e pinot nero sono originari della Borgogna, sauvignon, cabernet franc, cabernet sauvignon e merlot della zona di Bordeaux. La loro introduzione in Italia è avvenuta in tempi differenziati. È più antica quella del merlot, del cabernet franc e di tutti i pinots databile all’inizio del secolo.
Molto più recente, una decina d’anni fa, quella dello chardonnay e del cabernet sauvignon che, peraltro, hanno la doc solo in rari casi.

Dietro all’inserimento dei vitigni stranieri vi sono talvolta esigenze reali, all’inizio del secolo erano gli unici disponibili già innestati sul piede americano, e per rifare velocemente i vigneti attaccati dalla fillossera erano l’unica soluzione, ma per quanto concerne lo chardonnay ed il cabernet sauvignon la questione è stata decisamente diversa. Si tratta di vitigni che dalla loro area d’origine hanno fatto molta strada.

II motivo è nella loro grande capacità di adattamento a situazioni diverse, con risultati qualitativi piuttosto costanti. La cosa si riscontra anche nei vini cosicché gli Chardonnay ed i Cabernet Sauvignon prodotti in zone anche molto diverse, hanno alcune caratteristiche sempre comuni, i caratteri varietali, insomma. Ecco perché vengono coltivati in California, Oregon, Washington ed in altri stati degli USA. in Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa, Cile, Argentina, persino in Romania ed in Bulgaria, oltre che, ovviamente, in Francia e da noi.

Ma dopo questa breve digressione in cui i temi saranno peraltro ripresi più volte nel testo della Guida,torniamo alla panoramica dei vitigni nazionali Eravamo arrivati all’Emilia Romagna. Qui la situazione è complessa, perché vi sono tre aree molto ben definite. la prima, quella del piacentino, è una sorta di prolungamento dell’Oltrepò lombardo, ed i vitigni sono simili, barbera, bonarda fra i rossi, ma anche vitigni che troveremo in zone più a sud, come il trebbiano e la malvasia di Candia.

La zona compresa fra Parma e Modena è un’immenso vigneto di lambrusco, nelle sue varietà fondamentali. La malvasia di Candia e il sauvignon fanno una comparsa nel parmense e nel modenese. Ancora barbera, merlot, sauvignon, pinot bianco; riesling e cabernet sauvignon nei pressi di Bologna e poi inizia il regno di trebbiano e sangiovese, dalla Romagna in giù.

L’Albana, che di recente ha ottenuta una discussa docg, unico vino bianco in Italia, nonostante un disciplinare che accorda una possibilità di produzione di ben 140 quintali per ettaro, rompe il monopolio del due vitigni più famosi dell’Italia centromeridionale. Dominio che riprende in Toscana, dove la maggior parte dei vini bianchi a doc sono prodotti con trebbiano con o senza malvasia, eccezion fatta per la Vernaccia di San Gimignano e per la Montecarlo bianco.

Nei rossi, invece, il sangiovese è il vitigno fondamentale. È presente in modo massiccio nel Chianti nel Carmignano, mentre il Brunello di Montalcino. ed il Nobile di Montepulciano, vini a docg al pari del Chianti, derivano da particolari varietà di sangiovese dette rispettivamente brunello e prugnolo gentile.

Più o meno lo stesso discorso può essere fatto per il Morellino di Scansano.
II sangiovese ed il montepulciano, vitigno della stessa famiglia che deve il suo nome alla località toscana famosa per il Vino Nobile trionfano anche nelle Marche, in Umbria e nei vini a doc rossi dei Lazio.

Più varietà fra i bianchi, con la presenza, soprattutto nelle Marche, di uve locali quali il verdicchio ed il blanchello. mentre grechetto, verdello e bombino bianco sono più frequenti in Umbria e nel Lazio. Per il resto trebbiano e malvasia. nelle loro diverse varietà, la fanno da padrone, dando origine, da soli o in uvaggio, a vini quali l’Orvieto, il Frascati, il Marino, il Torgiano bianco, L’Est Est Est di Montefiascone ecc.

Montepulciano rosso e trebbiano bianco anche in Abruzzo ed in Molise, mentre in Campania iniziano le zone dei vitigni più tipicamente meridionali: il greco bianco e I’aglianico rosso. Vini quali il Greco di Tufo ed il Taurasi derivano proprio rispettivamente da quelle due uve Stessa situazione in Basilicata, patria delI’aglianico del Vulture, ed in Calabria limitatamente al greco per i vini bianchi: il vitigno rosso calabrese, infatti, non è I’aglianico ma il gaglioppo, da cui derivano tutti i vini rossi della zona, Cirò compreso.

Più complessa la situazione in Puglia; dove nell estremo nord abbiamo vitigni bianchi quali il bombino e la malvasia da cui deriva il San Severo bianco, nella zona centrale soprattutto verdeca e bianco d’Alessano, che sono alla base dei Locorotondo e dei Martina Franca, il pampanuto dei Castel del Monte bianco, mentre ritornano malvasia, bombino e trebbiano nei bianchi salentini, quali il Leverano Stessa divisione anche per i rossi e rosati. delle zone centrali quali il Castel del Monte, il Barletta, il Canosa; il Cerignola.

II negroamaro invece è il grande vitigno rosso del Salento. Da lui derivano i grandi rosati della Lona, dal Salice all’Alezio allo Squinzano e quasi tutti i rossi più noti, dal Brindisi al Matino al Salice rosso. Altri vitigni pugliesi piuttosto diffusi sono l’impigno bianco, il moscato, la malvasia nera, l’aleatico e, soprattutto, il primitivo da cui deriva un rosso salentino di straordinaria potenza, il Primitivo dl Mandurla.

In Sicilia l’inzolia, il catarratto ed il grillo sono le uve bianche più diffuse, da cui derivano l’Alcamo ed il Marsala, ma c’è presenza anche di moscato, malvasia e zibibbo, soprattutto nelle Lipari e a Pantelleria. mentre da uve bianche carricante deriva l’Etna bianco Nerello mascalese e nerello cappuccio sono invece le varietà rosse dei principali vini a doc.

Altre uve rosse piuttosto diffuse sono il frappato nella zona sud-orientale ed il nero d’Avola. Si tratta di una viticoltura molto particolare con varietà autoctone, per quanto concerne quella esigua parte di produzione definibile di alta qualità.

Discorso simile anche per la Sardegna, dove vitigni quali il nuragus bianco e il cannonau rosso rappresentano un’ampia fetta della viticoltura regìonale. Accanto a loro esistono ampie zone coltivate con vermentino malvasia, moscato e soprattutto vernaccia nell’oristanese.

P.S.
Fonte: Vini d’Italia - 1989

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