Chefs for peace, prove di dialogo in cucina

Tuesday, November 09, 2010

Autore: Daniel Reichel

“Il cibo avvicina le persone. Mangiare insieme è sicuramente un piacere ma è anche un momento di condivisione, un’opportunità di confronto fra culture, tradizioni, luoghi diversi”

Il cibo avvicina le persone. Mangiare insieme è sicuramente un piacere ma è anche un momento di condivisione, un’opportunità di confronto fra culture, tradizioni, luoghi diversi”, spiegano Anat Lev-Ari e Amit Cohen, cuochi israeliani dell’organizzazione no-profit Chefs for Peace di Gerusalemme.

A Torino per partecipare al Salone del Gusto, lunedì sera Anat e Amit hanno creato per la Comunità ebraica un menù di assaggi per un piacevole apericena al centro sociale. L’evento, organizzato da Comunitattiva in collaborazione con Tzabar, il gruppo degli israeliani torinesi, ha ottenuto i favori della critica: fra spezie e profumi, i presenti si sono divertiti ad assaggiare gli stuzzichini realizzati dagli chefs.

Ci tenevo molto – spiega Nadav Malin, studente dell’Università di Slow Food a Pollenzo, nonché figlio di Anat – a organizzare qualcosa in Comunità e l’idea di un aperitivo è piaciuta molto. E’ stato un modo per far conoscere l’iniziativa Chefs for Peace, associazione che unisce cuochi ebrei, musulmani e cristiani, promuovendo, in primo luogo in cucina, il dialogo fra le diverse culture”.

Superare dissapori e paure attraverso il cibo, specchio delle diversità come delle affinità delle differenti tradizioni culturali e religiose. Questo il concetto cardine di Chefs for Peace, organizzazione nata nel 2001 grazie all’impegno di Anat Levi e Kevork Alemian, chef armeno della capitale israeliana. I due, con alle spalle una lunga collaborazione, si incontrano a Positano in occasione di un evento di Slow Food.

Arrivano nella Costiera Amalfitana come ambasciatori culinari di Israele ma decidono ben presto di presentarsi come Cuochi per la Pace.
Il cibo è sinonimo di integrazione – spiega Anat che gestisce con il collega Amit un catering kasher a Gerusalemme – Basta guardare Israele: ebrei di etnie diverse, con cucine differenti che, volenti o nolenti, si influenzano reciprocamente. Ashkenaziti, sefarditi, ciascuno con le proprie tradizioni culinarie, con le proprie ricette ma con quel pizzico di novità dettato dal contatto con mondi e terre diverse”.

Difficilmente si troveranno sullo stesso menu un piatto di cous cous e uno di cholent ma sicuramente si potranno trovare, per ciascuna pietanza, diverse variazioni sul tema.
Aggiunte di spezie, profumi, ingredienti a dimostrazione di un’influenza e una dinamicità continua del mondo della cucina, contagiata a sua volta dall’eterogeneità della società israeliana.

E’ divertente rivisitare i piatti tradizionali; utilizzare i prodotti della terra per creare qualcosa di moderno ed antico allo stesso tempo”, racconta con un sorriso contagioso Amit Cohen, che oggi vive ad Abu Gosh, il paese considerato la capitale del humus.

Su questo binomio presente-passato, moderno-tradizione, Amit e Anat, assieme a Nabil Ahou, capo chef del Notre Dame del Jerusalem Center, hanno creato per Slow Food, durante il Salone del Gusto, una cena dal sapore biblico. Rifacendosi ad un passo del Deuteronomio, i tre cuochi di Chefs for Peace hanno presentato nei propri piatti alcuni frutti della terra, donati nella Torah da Dio al popolo di Israele: orzo, viti, fichi, melograni, olio.

Abbiamo usato – sottolinea Nadav Malin, organizzatore dell’evento per Slow Food – i prodotti che crescono da noi da millenni. Vogliamo dimostrare che si può usare quella terra non come luogo di conflitto ma come una risorsa per i frutti che ci offre”.

E’ stato proprio Nadav, cresciuto fra pentole, tegami e libri di cucina, il primo artefice delle serate torinesi all’insegna di Chefs for Peace: da Slow Food come in Comunità, dove ha trovato il prezioso aiuto di Susanna Terracina e Filippo Levi.

Piemontese d’adozione, il giovane cuoco israeliano ha fortemente voluto riportare in Italia questa iniziativa, un modo per presentare un’Israele diversa, lontana dalla guerra e dalla violenza. “E stato come chiudere un ciclo - afferma Malin – Chefs for Peace è iniziato qui e dopo attività in Brasile, Argentina, Germania, il gruppo è tornato”.

Sul perché tenga tanto all’iniziativa creata da sua madre, Nadav confessa “so che è una cosa piccola, una realtà di dialogo in miniatura. Magari non cambierà il mondo ma almeno è un passo avanti. Chefs for Peace per me è un’iniezione di energia positiva”.

Poi aggiunge: “E’ come quando lamattina vai al bar, ti siedi al bancone con il profumo di brioche appena sfornate e la barista ti accoglie con un sorriso, servendoti il tuo cappuccino. E’ una giornata che inizia bene, che inizia con un’energia positiva”.  
Daniel Reichel 

Fonte:  moked.it

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